E13 – estratto da un libro di confessioni

Quel giorno il mondo era fermo. Nonostante le finestre spalancate in entrambe le facciate di quell’appartamento al secondo piano, nemmeno un filo d’aria fresca era intenzionato a farci visita. Stavo cominciando a pensare che forse sarebbe stato meglio alzarsi dal divano per abbassare tutte le serrande scagliando la stanza in un piccolo paradiso ombroso, con soltanto delle piccole fessure parallele di luce proiettate sul pavimento dal sole che insistentemente continuava a battere sulla facciata a ovest della casa. Lei non avrebbe mai sopportato di passare quel pomeriggio nella penombra, amava troppo il sole estivo, e quindi mi limitai a passare un dito all’interno del collo della mia maglietta umida, sospirando. Lei era meravigliosa anche sotto il sole di Agosto, con le gambe lucide come se vi avessero appena passato la cera. Il vecchio parquet che disegnava trame a lisca di pesce sul pavimento della stanza invidiava da morire la brillantezza della mia sirena. A tratti si lamentava scricchiolando quando lei appoggiava un piede nudo su un tassello di legno particolarmente vecchio e leggermente sporgente per via di una vecchia infiltrazione d’acqua. Era proprio su quel lieve e ripetitivo suono che mi ero concentrato in quel torrido pomeriggio del 2013. Lei stava giocando in silenzio con gli scricchiolii del parquet, premendo la punta del piede contro un punto particolarmente usurato. Quando sollevò il suo piede perlaceo per l’ultima volta, per rannicchiarsi sul divano come un gargoyle molto aggraziato, un piccolo alone di umidità segnò le sue piccole cinque dita per qualche secondo sul pavimento. Lo guardai controluce, mentre svaniva lentamente come i nostri propositi di fare un giro durante le ore più calde del pomeriggio.
Teneva in mano le proprie ginocchia, abbracciandosi le gambe come una bambina. La sua voglia di giocare ed esplorare posti nuovi filtrava attraverso i suoi brillanti occhi scuri, che sembravano quasi aspettare che prendessi io l’iniziativa. Come sempre. La perla della città perduta in cui abitavamo aveva sempre idee strabilianti, al di là di ogni immaginazione, ma spesso aveva bisogno che la prendessi per mano, si perdeva nella realizzazione di quei suoi piani strabilianti. Lei era la benzina, e io il motore a settecento cavalli in grado di esprimere tutta la sua vitalità.
La sua treccia era un lungo serpente tropicale che le accarezzava il collo e la spalla sinistra, per poi scendere lungo il suo seno. Un’unica striscia rossa, all’estremità della coda, era costituita dall’elastico che aveva usato per tenere in ordine quella massa di capelli insubordinati. La strana voglia che aveva sul fianco destro luccicava come una striscia di miele sul suo corpo candido, le attraversava tutto il costato in una mezzaluna che andava a spegnersi sulla maniglia dell’amore. Il sudore la rendeva ancora più bella, cosa raramente possibile per qualunque essere umano a parte lei.
Le sue labbra di ciliegia si inarcarono in un sorriso che scaldò ulteriormente il nostro mondo di provincia. Mi lanciò addosso un lenzuolo vecchio che mia madre usava come copridivano, e si lanciò contro di me in maniera infantile, appoggiando la sua schiena nuda contro di me. Chissà cosa avrebbe pensato mia madre al suo ritorno da lavoro alle cinque e mezza, trovando la sagoma di quella ragazza dipinta sul lenzuolo con un sudore che sapeva quasi di vaniglia. Era il deodorante che aveva addosso quel giorno, lo aveva preso in prestito da sua madre. Era solita non usare alcun deodorante o profumo, gli unici aromi che portava addosso erano quello della sua pelle dolce come il miele, e quello del rossetto alla ciliegia che indossava ogni santo giorno. Poteva essere in chiesa o a scuola, ad un matrimonio o nella vasca da bagno, ormai faceva parte di lei. Non ebbi mai modo di farlo svanire dalle sue soffici labbra. Questo però è un altro capitolo della storia, una porta che per ora deve rimanere chiusa, basta avere un po’ di pazienza. Le spiegazioni arriveranno presto.
Ad ogni modo, mia madre non sapeva nulla della sirena, come nemmeno ne seppe nulla mio fratello, che spesso era stato mio complice nel nascondere le mie relazioni con le svariate cotte che ebbi negli anni. Pensavo che nessuno avrebbe capito, ma più di tutto ero sicuro che la nostra relazione fosse così preziosa e delicata che anche solo parlarne con qualcuno avrebbe fatto sbiadire la magia scarlatta che c’era tra di noi. Per questo motivo, lei veniva a casa mia sempre e soltanto di giorno, quando mio fratello usciva e mia madre era a lavoro, e la casa era tutta per noi. Le bastavano dieci minuti scarsi, abitava in fondo alla via, appena dietro l’angolo, ai confini del mondo che si poteva osservare dalla finestra di casa mia. Spesso l’impazienza mi faceva affacciare alla finestra per cercare di scorgere la sua figura mentre si avvicinava a passi lunghi verso di me. Strizzavo gli occhi, cercando il suo rosso sorriso sul volto di tutte le ragazze che passavano, fino a quando la trovavo. Mi salutava da lontano, timidamente, con la mano all’altezza del petto come farebbe una bambina. Ricordo ancora il fresco del davanzale in granito a puntini neri, quando mi ci appoggiavo con lo stomaco per potermi sporgere ulteriormente dalla finestra. Mi serviva una visuale completa su tutta la via. Appena suonava il citofono io ero pronto ad aprirle la porta. La aspettavo impazientemente sul pianerottolo di casa, contando i suoi passi sempre più vicini sui 40 scalini che la separavano da me. 46 per la precisione, ma i primi 6 erano così lontani che non si riusciva a sentirne il rumore. Quando finalmente appariva, saltando sempre a piedi pari gli ultimi due scalini come un abile canguro, si girava sempre verso di me con il fiatone, ansimando per lo sforzo fatto nel salire le scale in fretta, e mi rivolgeva quel sorriso che avrebbe sciolto tutto il ghiaccio di questo mondo. Era quello il suo dono più grande. Ti faceva sentire il centro del mondo, amava con tutto il cuore, e se eri il fortunato che faceva battere il suo cuore in quel momento, potevi tranquillamente affermare di poter essere la persona più felice al mondo. Ed era tutto vero, il suo amore non poteva essere mascherato in alcun modo, era troppo intenso per poter essere finto. Era una meravigliosa rosa. Per quanto belle e rosse, le rose finte non potevano imitare il profumo di quelle vere. Allo stesso modo, lei non avrebbe in alcun modo potuto fingere di amare così ardentemente.
In quel pomeriggio di Agosto, quando la nostra piccola città di provincia di soli quarantamila abitanti si era ridotta a meno di ventimila per le ferie estive, ci sentivamo ancora più vicini. Le strade, che già durante l’anno raramente erano trafficate, risultavano quasi deserte sotto quell’insistente sole estivo. L’asfalto bollente abbracciava più biciclette che auto, e le nostre panchine preferite all’ombra degli alberi dei viali erano sempre libere per noi. I più anziani non si azzardavano ad uscire quando il sole era alto in cielo, e noi riuscivamo a conservare la nostra intimità anche al di fuori delle mura di casa.
Quell’estate io non ero andato in vacanza, avevo passato i mesi più caldi a fare la guardia al nostro piccolo sputo di catrame e mattoni nascosto tra le risaie. Lei aveva fatto lo stesso, e ci eravamo ritrovati a passare diverse giornate insieme sotto il sole cocente. Un paio di volte siamo andati al fiume, che accarezzava il lato orientale della città scorrendo da nord a sud, andando poi a finire nel Po. L’acqua era paludosa e piena di alghe vicino alla riva, mentre al centro del letto del fiume la corrente viaggiava rapida come un branco di stalloni in corsa. Alla nostra spiaggia si arrivava attraversando un passaggio stretto tra cespugli e rovi, con saltuari sprazzi di edera velenosa che più di una volta ci toccò a tradimento i polpacci. Parlo di spiaggia, ma si trattava più di una lunga e stretta striscia di ciottoli che non veniva raggiunta dall’acqua durante il giorno, ma che ancora sapeva di fiume dall’ultima volta che il livello dell’acqua si era alzato di anche solo mezzo metro. All’epoca avevo un paio di vecchie Nike bianche, usurate a tal punto che da tempo ormai sulla superficie erano comparse diverse rughe nei punti in cui la scarpa si piegava più spesso. Le legavo sempre molto strette, mi coprivano fin sopra la caviglia, e quando andavamo al fiume entravo in acqua con addosso le scarpe, che lungo la strada del ritorno gocciolavano ed assumevano un colorito leggermente verdastro per via delle alghe che vi si appiccicavano sopra. La sirena indossava sempre il suo solito sorriso, rifiutando anche nei mesi più caldi di tagliarsi i suoi lunghi capelli color carbone, nonostante la facessero sudare e le scaldassero eccessivamente la testa, al punto di aver bisogno di tenerli costantemente legati, o di indossare costantemente un cappellino con la visiera.
Quel pomeriggio, dopo essere rimasta per qualche minuto a scrutare il soffitto, canticchiando sottovoce una vecchia canzone degli Articolo 31, decise che era il momento di ravvivare quella giornata con una delle sue solite esplorazioni. Eravamo stati in un paese senza nemmeno un’anima viva, totalmente disabitato, in mezzo ai campi in bici, in un manicomio abbandonato, all’aeroporto appena dopo l’alba, e in altri posti in cui non mi sarei mai avventurato se non ci fosse stata lei, e in cui nemmeno lei sarebbe stata se non avesse avuto me a realizzare le sue bizzarre voglie di avventura.
Cominciò a intonare ad alta voce la canzone che prima stava solamente borbottando a bassa voce. Aveva un timbro incredibile, caldo come le auto nere a Luglio sotto il sole di mezzogiorno, ma dolce come ciliegie mature. Quando doveva raggiungere le note più alte chiudeva gli occhi e le si formavano tante piccole pieghe ai lati del naso, nel tentativo di aprire la bocca più del normale. Offriva questo spettacolo solamente a me, ma indirettamente riuscivano a goderne anche i vicini del piano di sotto se tendevano le orecchie. A loro arrivava soltanto un’eco di quella sua bellissima voce, ma io ne sentivo tutta la forza, mi faceva vibrare il cuore come un terremoto. Ancora adesso, se guardo in profondità dentro il mio petto, riesco ancora a vedere che la vernice sanguigna che copre il mio cuore presenta delle piccole crepe, causate dalle vibrazioni delle sue corde vocali.

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