La moglie del marinaio. Parte seconda.

Parte Prima

Dopo un paio di ore che sembrarono eterne, in cui io e Daria non ricevemmo notizie dall’esterno della camera di ricondizionamento, un altro membro dell’equipaggio apparve dietro la porta in vetro. Collins, era bianco in viso e aveva gli occhi sbarrati, sembrava avesse visto un fantasma. Non esisteva alcun tipo di ectoplasma nello spazio, e questo doveva significare che avevamo guai seri alla nave madre. Non potevamo comunicare con l’esterno, la stanza era insonorizzata e ci sarebbero volute almeno altre dieci ore prima di poter uscire. Il ragazzo ci indicò il monitor all’interno della stanza, e io e Daria volgemmo lo sguardo verso di esso mentre lentamente acquisiva luminosità accendendosi. Il logo della missione Pothos III rimaneva sullo sfondo, mentre delle grandi scritte in stampatello scorrevano dal basso verso l’alto.
“Misure di emergenza” lessi a voce alta, quasi incredulo. Non riuscii a dire nient’altro, fino alla fine del lungo messaggio. Dopo il calo di tensione il resto dell’equipaggio aveva tenuto una riunione d’emergenza per la gestione della criticità. A quanto pare avevamo un problema ai generatori di corrente, i recettori di radiazioni beta si erano smagnetizzati a causa dell’attrazione gravitazionale di Giove. In poche parole, eravamo in riserva. Avevamo diverse cisterne di carburante, kerosene vecchio stile, un reperto d’antiquariato da usare soltanto come propulsione ausiliaria. Daria era terrorizzata, non tanto dal guasto, ma dalle misure di emergenza. Si teneva la testa tra le mani, guardando lo schermo in attesa che venisse fuori una scritta del tipo “era solo uno scherzo ragazzi, andiamo alla grande”. Nulla di tutto ciò comparve, il messaggio si ripeté da capo.
Risparmio energetico al limite, con fasi di buio totale da dodici ore al giorno. Riserve di cibo da gestire con parsimonia.
Nessuna possibilità di ibernazione.
“Mi dispiace, Daria, non…”
“Vent’anni,” disse fra sé e sé, con voce spezzata.
“Lo so, credimi.” Non era vero. Non ero ancora entrato nell’ordine di idee.
“Passeremo i prossimi vent’anni in questa scatola di latta… Marciremo qui dentro.” Mi guardò con gli occhi pieni di lacrime, il viso rosso come la stella Antares.
“Troveremo un modo per sistemare tutto. Magari riusciamo a rimettere in sesto quei recettori di radiazioni.”
“Quelle cose sono resistenti ai colpi esterni, ma se si interferisce con il loro magnetismo sono fragili come ali di farfalla. Le ho progettate io, so di cosa parlo. Non c’è speranza.”
Rimasi in silenzio, non sapevo più cosa dirle per tranquillizzarla, era sotto shock, non mi avrebbe ascoltato. Rimasi a pensare a tutto quello che ci era appena successo, con i gomiti appoggiati sulle ginocchia.
Vent’anni nello spazio profondo. Saremmo rimasti a pagare per gli ultimi venti che avevamo passato congelati a dormire. Bello scherzo del destino. Nessuno svago, nessun posto in cui andare, o gente da vedere oltre alle solite sette persone. Sempre che qualcuno non si sparasse un colpo nel frattempo. Anche volendo, non avevamo pistole a bordo.
“Hai qualcuno che ti aspetta a casa?” Daria interruppe il flusso dei miei pensieri. Non so quanto tempo fosse passato da quando era calato il silenzio tra di noi.
“Ho una…” Non era vero. Mi aveva lasciato, e come poteva non farlo? Quarant’anni di attesa per uno che non puoi nemmeno sentire al telefono perché si trova nello spazio profondo. “No, nessuno. Non esiste qualcuno che ti aspetti per così tanto tempo.”
“Già, scusami. È che sembra passato così poco dalla nostra partenza, ricordo ancora le foglie che cadevano sul vialetto di casa come se fosse l’altro giorno, e magari invece quegli alberi non ci sono nemmeno più adesso.”
Il silenzio calò di nuovo tra di noi, e rimanemmo così, in quella teca di vetro sigillata che pompava ossigeno e bario nei nostri polmoni e nelle nostre ossa, per altre dieci ore. Uno scherzo in confronto ai vent’anni che ci avrebbero aspettati.
In quel momento, il mare lo sentivo lontanissimo.

Continua nella terza parte.

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