La moglie del marinaio. Parte Prima.

Nota introduttiva: Questo racconto è tanto vero quanto gli altri frammenti delle mie memorie, va solamente interpretato in maniera diversa. È sempre la mia vita, ma raccontata guardando da un’altra finestra.


“Pensi solo a te stesso.”
Quelle parole mi risuonavano ancora nella testa come un’eco lontana, il suono di un rubinetto che di notte non la vuole smettere di gocciolare, e non ti lascia dormire. Non appena i motori della nave da esplorazione si spensero, gorgogliando cupamente, la sua voce sembrò riempire la stanza, non lasciando spazio per nient’altro. Avrei quasi voluto che qualcuno riaccendesse quei dannati motori. Forse il casco sigillato non aiutava, mi isolava lasciandomi da solo con i fantasmi. Quando la luce verde si accese sullo schermo di fronte a noi, procedetti ad aprire il visore al quarzo. Presi una boccata d’aria fresca, lasciando che la brezza mi accarezzasse la fronte sudata. Sganciai definitivamente il casco, e mi avviai verso il deposito per lasciare l’equipaggiamento esplorativo. Era molto pesante, e il ritorno alla gravità artificiale ogni volta richiedeva qualche minuto per abituarsi. Mi facevano male tutte le giunture.
Non avrei mai più messo piede sui satelliti rocciosi e ghiacciati di Giove, era tutto finito. Era ora di tornare a casa. Il solo pensiero di rivedere la Terra rappresentava un sollievo enorme. Chissà perché poi. Non avevo lasciato niente alle mie spalle, nessuno che stesse aspettando il mio ritorno. Eppure sentivo l’impellente bisogno di potermi sdraiare su un prato, all’aria aperta, a godermi il sole che mi scaldava la pelle, senza alcun vetro in mezzo, senza un casco che facesse rimbombare il mio respiro, o una tuta del peso di trenta chili. Senza il timore che qualunque cosa nel raggio di milioni e milioni di chilometri potesse uccidermi all’istante.
E poi c’era lei. Non che mi volesse rivedere, sia chiaro, e chissà che fine aveva fatto dopo tutto questo tempo. Noi eravamo rimasti ibernati per tutta la durata del viaggio fino all’orbita di Giove, ma ci avevamo messo venti anni ad arrivare. Forse un paio di sottili pennellate grigie sono spuntate su quella sua chioma indomabile di capelli neri come lo spazio profondo. Immagino si sia sposata, e che abbia avuto dei figli, magari sulla colonia di Marte. Ricordo che mi aveva detto, quasi per gioco, che non le sarebbe dispiaciuto poter vivere là, quando ancora i primi insediamenti faticavano a far crescere il grano in quei campi aridi. Dopo l’arrivo della prima nave-cisterna carica di Fertilium, Marte si trasformò in un pianeta verde, più di quanto lo fosse la Terra. Le fabbriche non erano mai arrivate sulla colonia, i patti internazionali lo avevano proibito. Volevano conservare la loro oasi, il paradiso, lontano dalle grinfie dei magnati post-industriali. Non c’era petrolio su Marte. Andava tutto ad energia solare. Scommetto che a lei piacerebbe da morire. Sognavi un mondo in cui era sempre estate, vero? Ora puoi averlo, ad un prezzo molto caro. La Terra avrebbe perso il suo fiore più bello.
Due giorni di ricondizionamento nelle camere ad ossigeno e bario, e poi dritti nel bagno criogenico per arrivare a casa in men che non si dica. Quarant’anni, volati via. Sulle nostre facce nessun segno di invecchiamento. Avevamo ancora tutti ancora tra i venticinque e i trent’anni, ma i nostri documenti raccontavano un’altra storia. Nel giro di breve tempo mi sarei ritrovato ad avere sessantasette anni, e avrei visto un mondo nuovo. Tutti quelli che conoscevo si erano dimenticati di me. Come biasimarli. Non puoi sparire dalla faccia della Terra per mezzo secolo e poi tornare come se nulla fosse, convinto che mi avrebbero accolto a braccia aperte. Il giorno della partenza ho abbracciato i miei genitori sapendo che non li avrei mai più rivisti, e ho guardato negli occhi mio fratello, sorridendo, facendogli un cenno con la testa. Non riuscii a dire nulla, il nodo che avevo in gola me lo impediva. I miei occhi erano talmente umidi che riuscii a malapena a vedere le loro facce. Lei ormai non mi rivolgeva nemmeno più la parola. Aveva dato di matto appena gli dissi dell’operazione. Mi urlò contro tutti gli insulti di questo mondo, e cominciò a prendermi a pugni nello stomaco e sul petto. Scoppiò in lacrime, e le sue ginocchia diventarono sempre più deboli, tanto che dovetti sorreggerla io tenendola per le braccia. Mi guardò negli occhi, lacerandomi l’anima.
“Come puoi farmi questo?”
Non avevo una risposta. L’amavo da morire, come non avevo mai amato in vita mia. Il suo sorriso era l’unica cosa che mi faceva battere il cuore, fin dalla prima volta che la vidi, dieci anni prima. Dovevo andare.
“Pensi solo a te stesso.”
Quello fu il suo ultimo graffio. Non la vidi più. Ricordo ancora tutto il tempo passato insieme, ogni memoria era un gioiello che custodivo nel petto, ormai pieno di polvere di bario, come un vecchio forziere sepolto in mare. E del mare sentivo ancora il rumore se mi concentravo. Le onde sembravano infrangersi appena oltre le lamiere della nave madre, come se non si trovassero dall’altra parte del sistema solare.
Dopo trentaquattro ore di ricondizionamento, ci fu un calo di corrente. Non era mai successo prima. Tutto tornò alla normalità in un attimo, i neon tornarono a piena potenza nel giro di pochi secondi. Io guardai Daria senza muovere la testa, e lei fece lo stesso. Sapevamo entrambi che non poteva essere un buon segnale. Lei era uno degli altri sette membri dell’equipaggio della Pothos III. Una laurea in ingegneria energetica, due master a Princeton e alla Cass, il vero cervello della ciurma. Quella luccicante scheggia di dubbio ed ansia nei suoi occhi mi fece temere il peggio.

Parte Seconda.

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