Dualcore, parte prima

35 anni in due. Entrambe dormivano tranquille di fianco a me, con un respiro così leggero da poter essere schiacciato da una piuma. Vedevo il petto di Elisa andare su e giù, come le onde calme del mare in un’insenatura di una costa dimenticata dalla civiltà. Il respiro di Vittoria lo sentivo direttamente contro le costole, ogni volta che inspirava sentivo una lieve pressione sul petto dato che stava dormendo abbracciata a me. Erano settimane che non stavo così bene, e intendo una sensazione di tranquillità che mi mancava da tempo. La mia mano sinistra stringeva in una lieve presa quella di Elisa, mentre il mio braccio destro era avvolto intorno al corpo di Vittoria. Il mondo sembrava essersi fermato ad ascoltare il respiro di quelle due adolescenti. Iniziò tutto la sera prima, dopo il tramonto.
Avevamo portato a casa di Vittoria la sua migliore amica, quella con cui condivideva il banco a scuola, per passare una serata insieme. Elisa aveva gli occhi chiari a differenza di Vittoria, del colore del fondale delle gole di Alcantara, una pennellata grigia con un riflesso verde limpido di acqua cristallina. Era leggermente più bassa della mia Lolita, e aveva una corporatura più fragile. Ci aveva subito detto di non stare molto bene e di non avere fame, ma proprio per quel motivo io e la mia piccola musa ci preoccupammo ancora di più per lei, volevamo farla stare bene, e sapevamo che non poteva saltare la cena per nessun motivo. Elisa era molto magra, avrei potuto sollevarla da terra senza alcun problema tenendola con un braccio solo, e non aveva un gran rapporto con il conteggio delle calorie. Credo sia ormai insidiato nel mio carattere un istinto a prendermi cura delle altre persone, e per questo motivo non la persi di vista per un solo istante, anche se si trattava solo di guardarla con la coda dell’occhio, mentre mangiava lentamente e a piccoli bocconi la bistecca impanata che avevo cucinato. Aveva addosso una maglietta di colore giallo pallido, con una mela sul petto e dentro di essa la scritta “I’m your lust,” chiaramente leggibile sulla superficie delicata dei suoi seni da bambina, che non riuscivano a distorcere quelle parole.
Dopo cena ci siamo spostati sul divano, a guardare la tv per qualche minuto. La casa era del padre di Vittoria, che quella settimana era in vacanza, ed aveva lasciato a me e a sua figlia il controllo di quella villa che io mi sentivo quasi imbarazzato ad usare, non ero abituato a tutto quello spazio. Quel divano poteva ospitare ben più di tre persone, mentre a casa mia si sta scomodi persino in due. Elisa si era messa alla mia sinistra, Vittoria alla mia destra. Bisogna sapere che Elisa aveva finito di lavorare da poche ore alla gelateria, ed era quindi un po’ troppo stanca per poter ascoltare tutte quelle voci alla televisione. Appoggiò la testa sulla mia gamba e si sdraiò sul divano senza sottrarre alcuno spazio a noi due, e mi venne quasi istintivo accarezzarle la testa e passarle le dita tra i capelli. In un primo istante non pensai nemmeno che Vittoria potesse essere gelosa, mi venne in mente solo un paio di secondi più tardi, quindi spostai lo sguardo su di lei per cercare nel suo viso qualche traccia di disapprovazione, che però non trovai. Aveva un sorriso appena accennato, e gli occhi rivolti verso la sua amica, come se la mano che la accarezzava non fosse la mia ma la sua. Sentivo un calore particolare nel petto nell’affondare le dita tra i suoi capelli scuri, sapevo che la cosa faceva tanto bene a me quanto a lei, aveva bisogno di un attimo di tregua dal mondo, una mano che la facesse tornare bambina anche per solo un istante. Durante le ventiquattro ore successive la accarezzai allo stesso modo per diverse volte, divenne il nostro mezzo di comunicazione più intenso. L’avevo aiutata un paio di volte nelle settimane che precedettero quella sera, aveva dei periodi in cui si sentiva giù ed aveva bisogno di qualcuno che le parlasse. Cercai più volte di darle una mano a trovare fiducia in se stessa, solamente perché penso che tutti debbano potersi guardare allo specchio senza abbassare lo sguardo.
Dopo una mezz’ora, quando Vittoria decise dispoticamente che la tv non era abbastanza interessante, salimmo al piano di sopra a guardare un film al pc portato da Elisa. Avevamo deciso quale guardare grazie ad un metodo di decisione infantile quanto efficace: io e Vittoria ci giocavamo tutto ad un gioco di lotta che aveva installato appositamente sul suo telefono. Quella sera vinse lei, e guardammo una commedia invece di un film serio. Vincere a quel gioco la rendeva felice come poche altre cose, arrivava quasi a saltellare per la gioia. Se non fosse per il fatto che sono competitivo persino quando si tratta di mangiare più in fretta degli altri, le avrei fatto vincere ogni partita solo per vedere le sue labbra rosse aprirsi in una mezzaluna di limpida contentezza.
Su quel letto matrimoniale, la nostra grande mongolfiera per solcare i cieli notturni, Vittoria si sdraiò al centro, appoggiando la testa sulla mia spalla sinistra, mentre Elisa si appoggiò a sua volta a Vittoria, abbracciandola caldamente. Il film catturò soltanto parte della nostra attenzione. Dopo un paio di minuti in cui le accarezzavo di nuovo i capelli, Elisa crollò addormentata, lasciandomi qualche minuto in intimità con la mia piccola Vittoria, la più giovane del nostro trio. Avrebbe compiuto diciotto anni a Novembre di quell’anno, ed ancora le sue labbra sapevano di boccioli di rosa senza bisogno di alcun rossetto. La sua pelle aveva un profumo unico, dovuto anche a quel bagnoschiuma viola che continuava ad usare in grandi quantità. Le baciavo il collo in continuazione, era uno dei miei punti preferiti dove andare a far atterrare le mie labbra.
Devo dire che io e Vittoria avevamo avuto qualche attrito nei giorni precedenti a quella sera, eravamo in una fase un po’ malinconica, di quiete dopo la tempesta, il momento in cui si fa il conto dei danni. È anche il momento dove ad un certo punto si torna a vedere il sole. Quella sera l’avevo vista davvero felice, senza alcun pensiero per la testa, e tutto questo solamente grazie alle carezze di due persone a cui voleva davvero bene, nella maniera più sincera ed intensa. Io volevo il meglio per lei, e vederla in quel modo mi tolse un peso enorme dal petto. Mi aveva rimproverato di essere troppo distante e distaccato, tutta colpa di un paio di fantasmi che mi giravano per la testa. Mi sentivo più debole ogni giorno e cercavo di dimostrare a me stesso il contrario sfinendomi a furia di flessioni ed addominali, ma un fastidioso ed allarmante sanguinamento dal naso, frequente come il sorgere del sole, continuava a picchiettarmi sulla spalla ricordandomi di non abbassare la guardia. Mi vergognavo di mostrarlo a Vittoria, non volevo che si preoccupasse per la mia salute, doveva continuare a vedermi come una certezza, una persona irrimediabilmente intoccabile. E mi vergognavo di mostrarlo a me stesso, non volevo accettare l’idea di essere fragile in alcun modo. Quella sera tutte queste nuvole di pioggia lasciarono spazio ad un cielo limpido, privo di minacce. Riuscii davvero, per la prima volta, a tirare un sospiro di sollievo. Chiusi gli occhi ed abbracciai la mia piccola diciassettenne dal cuore d’oro, facendole sentire che ora ero veramente vicino.
Elisa cambiò posizione per dormire, si mise in modo da appoggiare la fronte contro quella di Vittoria, i loro piccoli nasi si sfioravano come un’ape con il fiore più dolce. Si studiarono in silenzio, e rimasero in quella posizione, in quel mondo di intimità tutto loro, in cui tutto era insonorizzato e nessuno aveva modo di disturbare la loro quiete. Quando si svegliò, una decina di minuti più tardi, Elisa si avvicinò ulteriormente, quei pochi millimetri che bastano a trasformare un fiammifero acceso in un incendio rovente. Le due ragazze dai capelli di ebano cominciarono a baciarsi come succede la notte dei fuochi d’artificio: prima lentamente, con piccoli schiocchi e scintille scarlatte, e poi sempre più intensamente, tanto da illuminare quel cielo notturno che si vedeva dalla finestra. Io rimasi ammaliato da quella scena, perché per la prima volta non provai alcuna gelosia, sapevo che lei non stava sostituendo me con Elisa, erano due cose totalmente diverse e complementari. Cominciai a baciarla anche io, sulla spalla e poi sul collo, facendo scorrere le mie mani sul corpo di entrambe le ragazze. Sentivo le piccole differenze che le dividevano: Elisa aveva una pelle più morbida e soffice, ma Vittoria mi faceva sentire sui polpastrelli un calore ineguagliabile, che a volte mi dava persino i brividi. Respirava anche più a fondo, mentre Elisa era più contenuta in questo, non aveva la stessa foga che tanto amavo della mia Lolita. Per il resto, erano praticamente identiche, sembravano quasi sorelle. Il colore dell’iride, che le distingueva in maniera così limpida di giorno, ora era annullato dal fatto che entrambe avevano gli occhi chiusi. Come se fossi stato colpito da un incantesimo in quel momento, guardando le loro lingue che si intrecciavano dolcemente, cominciai a confonderle una con l’altra, forse anche per colpa del fatto che non avevo con me i miei occhiali, e che la perdita di forze degli ultimi giorni mi stava annebbiando lievemente la vista. Così, nelle venti ore successive, che trascorremmo insieme, Elisa diventò Vittoria e viceversa, e dovetti guardarle due volte per riconoscere chi fosse l’usignolo e chi fosse la rondine. Solo al tatto rimasero sempre distinte l’una dall’altra, e usai in continuazione questo metodo infallibile per continuare a tenerle separate nella mia mente.
In quella piccola bolla di vetro entrai senza chiedere il permesso, e cominciai a baciare la mia Vittoria sentendo ancora sulle labbra il calore dei fuochi d’artificio ancora in corso, e sulla sua lingua l’umido di una saliva che non era la sua. E in quei baci mi accorsi che qualcosa era cambiato, che l’armonia non era più a due ma a tre persone, e non potevo baciare lei senza considerare anche Elisa nel nostro cerchio di fuoco, e lei stava imparando senza problemi a saltare attraverso di esso, raggiungendoci nella nostra galassia privata. Eravamo solamente noi tre nel raggio di due milioni di anni luce, eppure non mi sentii per niente solo. Vittoria era felice, e lo ero anche io di riflesso. Se non fosse piaciuta a lei quella situazione avrei anche potuto affondare quella barca a suon di cannonate, senza alcun rimorso. E invece quel letto era diventato il nostro piccolo veliero, che tagliava onde calme come un coltello nella carne morbida di un agnello. Chi mi conosce sapeva come ero fatto, non abbassavo mai le mie difese, tenevo sempre un occhio aperto in caso qualcosa in questo mondo mi volesse ferire, avevo troppe cicatrici di coltellate sulla schiena a ricordarmi di cosa sono capaci le persone. Non mi fidavo di nessuno ormai, se non di me stesso, e a volte mi tradivo addirittura da solo. Ma quel giorno abbassai il ponte levatoio del mio animo, e diedi un giorno libero a tutti gli uomini di guardia. Sentii i blocchi di pietra scricchiolare, allentai la pressione sulle torri per la prima volta da settimane. Espirai lentamente e a fondo, facendo uscire i fantasmi dalle segrete sotterranee. Tutto finalmente giaceva al suo posto. Sembrarono passare pochi minuti, mentre l’orologio segnava ormai l’una e un quarto. Sentivo che nessuno mi avrebbe accoltellato, non c’erano armi di alcun genere su quella nave. Chiusi gli occhi stanchi, stanchi di tutto quel veleno che mi portavo dietro da una vita.

Parte Seconda

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